The Pirate Cinema: un autoritratto generativo

The Pirate Cinema: un autoritratto generativo

Nel contesto del progetto Masters & Servers. Networked Cultures in the Post-Digital Age, il Link Art Center ha commissionato a Matteo Cremonesi, curatore di Link Cabinet, un saggio su The Pirate Cinema, il progetto di Nicolas Maigret presentato nel Cabinet dal 4 al 28 marzo 2015. Buona lettura!

 

Mettere in contatto due o più persone tra loro così come spedire un messaggio, indipendentemente dal genere di forma o contenuto che esso possa avere, è un’azione di per sé carica di significato e rappresenta da sempre un’esigenza fondamentale per l’uomo. L’atto comunicativo nella molteplicità delle sue forme è stato e continua a essere al centro della ricerca di molti artisti. Un’esperienza fondamentale in questo senso è rappresentata indubbiamente dalla Mail Art che ha significato, per gli artisti che ne hanno preso parte, la volontà e il fascino legato alla possibilità di creare un vero e proprio network di persone, una rete di individui coinvolti attivamente nel processo di spedire e ricevere reciprocamente lettere, cartoline, fanzine. Nel 1980 gli artisti Kit Galloway e Sherrie Rabinowitz realizzarono il celeberrimo progetto Hole in Space che per tre giorni mise in collegamento live video il Lincoln Center di New York e il Broadway Store di Los Angeles. Il lavoro fu allo stesso tempo una sorta di esperimento che permise di osservare come la possibilità di comunicazione live offerta a persone che si trovavano sulle due coste opposte degli Stati Uniti potesse cambiare le modalità di interazione tra le persone, o generarne di nuove mai messe in atto prima. Nel 1997 il duo di artisti che si riconosce sotto il nome MTAA realizza Net Art Diagram, una gif animata che mostra due computer stilizzati collegati tra loro da un cavo a metà del quale si trova una piccola saetta rossa lampeggiante collegata alla didascalia “The art happens here”. L’immagine sottolinea come per gli artisti che nella seconda metà degli anni ’90 sono stati vicini alle pratiche artistiche della Net Art, una delle questioni centrali fosse l’atto comunicativo stesso, la possibilità offerta da Internet di creare una rete di computer e di utenti interconnessi fra loro e sparsi in tutto il mondo. [1] In questo contesto si affermò sempre più la popolarità delle reti peer-to-peer in cui singoli utenti mettono a disposizione e condividono con gli altri ogni genere di file e contenuto: le possibilità offerte dagli strumenti di comunicazione consentono quindi di creare reti di persone che si scambiano non solo messaggi e informazioni, ma anche materiali di vario genere.

 

netartdiagram

 

Dal contesto che si è brevemente tracciato risulta evidente come sia l’atto comunicativo in sé – creare connessioni, dei contatti tra più individui – che l’atto di condividere materiali di qualsiasi genere essi siano, non è un’azione neutra bensì di per sé carica di significato.
A ben vedere lo scambio di dati attraverso reti peer-to-peer non è un’azione neutra nemmeno dal punto di vista strettamente tecnico: l’atto della condivisione e trasmissione di un file in realtà modifica e riorganizza temporaneamente i file stessi. Questo sistema di condivisione prevede infatti che i file vengano scomposti e tagliuzzati in tante piccole parti che prese singolarmente non avrebbero più alcun significato per il fruitore, minuscoli pacchetti di informazioni che vengono spediti al ricevente secondo un ordine del tutto casuale. Solo una volta completato il trasferimento dell’intero file i pacchetti verranno ricomposti secondo l’ordine iniziale in modo da rendere il file interpretabile e leggibile.
È proprio questa fase di passaggio da un punto all’altro di un canale di comunicazione a essere messa al centro dell’attenzione da The Pirate Cinema, un’opera dell’artista francese Nicolas Maigret. Il lavoro, iniziato nel 2012, ha preso diverse forme: presentato inizialmente come un’installazione, è stato declinato in un secondo momento in una performance live, mentre successivamente ne è stata realizzata una versione online. In occasione della mostra nella galleria online Link Cabinet [2] a marzo 2015 è stata presentata una ulteriore versione del progetto focalizzata sulla famosa disputa legale che nei primi anni 2000 vide contrapposti Metallica e Napster. Fu la prima volta in cui degli artisti chiamarono in causa una compagnia che forniva software per la condivisione di dati peer-to-peer, causa che si concluse con la chiusura di Napster. In questo caso il progetto è diventato uno streaming audio basato sul monitoraggio live della condivisione degli album dei Metallica.
The Pirate Cinema è uno streaming in tempo reale dell’attività di scambio di file tramite il sistema di condivisione peer-to-peer BitTorrent: ne risulta quello che si potrebbe definire un ritratto generativo delle dinamiche di condivisione di dati in questo genere di reti di utenti. Il lavoro fornisce una visualizzazione di quelle che sono le dinamiche tecniche che intercorrono nello scambio di dati, palesando in questo modo un meccanismo che normalmente rimane celato agli occhi dell’utente comune. The Pirate Cinema si concentra in particolar modo sullo scambio di file video, monitora l’attività degli utenti di BitTorrent e individua i cento file maggiormente condivisi mostrando, per ogni singolo pacchetto di dati trasmesso, i pochissimi secondo di video a esso corrispondenti. Le clip appaiono nello stesso ordine in cui vengono trasmesse su BitTorrent, vale a dire in modo completamene casuale. [3] Lo show che ci viene mostrato da Maigret compromette radicalmente la modalità di fruizione canonica dei singoli file, rende impossibile seguire intrecci, storie o narrazioni di qualsiasi genere: seguendo la modalità random di trasmissione del sistema peer-to-peer, infatti, le clip mostrate non solo sono in ordine sparso ma sono mischiate tra tutti i cento file che il sistema sta monitorando in quel momento. In questo senso Geoff Cox in una conferenza tenuta presso Aksioma Project Space, [4] ha parlato di The Pirate Cinema come di un monitoraggio in tempo reale e in forma di immagine video della vita dei network, ma anche della complessità e stratificazione temporale che caratterizza il mondo odierno e le molteplici modalità di essere live e in time. Ne risulta uno streaming dal ritmo sincopato e con degli evidenti e inevitabili richiami all’estetica glitch, ma allo stesso tempo estremamente efficace sia dal punto di vista visivo che concettuale: una visualizzazione impeccabile che rende immediatamente chiaro e comprensibile al nostro occhio una procedura tecnica che risulterebbe molto più complessa da spiegare verbalmente.

 

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The Pirate Cinema è un flusso continuo di immagini, di suoni, di dati, di informazioni, ma anche di porzioni di storie e di narrazioni, un miscuglio di scene d’autore, dozzinali e pornografiche, di grafiche e pixel impazziti. Questo scorrere incessante di contenuti crea una contrapposizione tra due declinazioni possibili del concetto di flusso, che convivono nell’opera contrapponendosi l’un l’altra. Da una parte l’idea di flusso come stream – o meglio, streaming – ovvero la trasmissione di dati live che da un emittente, in questo caso uno degli utenti che condividono materiali sulla rete peer-to-peer, raggiunge gli altri utenti intenzionati a ottenere e visualizzare quei contenuti. L’opera di Maigret mostra come questa grande massa di contenuti continui a scorrere fluida e incessante da una parte all’altra dell’etere, e ci offre la possibilità di fermarci a osservare questo continuo fluire godendoci lo spettacolo, comodi in poltrona a osservare la sequenza infinita e imprevedibile di materiale che scorre sul monitor. Il secondo tipo di flusso è quello che determina l’andamento e lo svolgimento dei singoli file condivisi. Un flusso in questo caso che viene continuamente interrotto, castrato. Che si tratti di film, di serie tv o anche solo di brani musicali, ognuno di questi file è originariamente strutturato secondo una propria logica, con un proprio ordine interno, più o meno rigido e canonico, più o meno sequenziale e narrativo, ma pur sempre un ordine scelto e imposto dal proprio autore. Quello mostrato da The Pirate Cinema è invece una decostruzione, seppur momentanea, dei contenuti condivisi dagli utenti che come detto riflette il funzionamento dei sistemi di condivisione peer-to-peer. L’effetto ottenuto però non è semplicemente distruttivo e negativo rispetto ai materiali di partenza, ma anzi genera nuove possibilità dando forma a qualcosa di nuovo e diverso. Lo streaming generato da Maigret non è semplicemente un collage di piccoli pezzi di file audio e video, ma riesce a dare forma ad un contenuto nuovo, denso di un significato proprio, che riesce a ottenere una propria autonomia rispetto al materiale di partenza. [5] In questo si può leggere inoltre un tributo alla copy culture e più in generale alla cultura del remix alla quale l’artista è personalmente legato e che in generale ha avuto un ruolo fondamentale nella definizione delle culture digitali da trenta anni a questa parte. [6]

 

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In questo flusso incessante generato dal software c’è un qualcosa di estremamente affascinante e magnetico, che a lungo andare diventa quasi ipnotico: un’attrazione generata probabilmente da un mix di curiosità, di consapevolezza di assistere ad uno spettacolo che non si ferma mai e che ogni volta è nuovo e diverso da sé stesso e dal tentativo, seppur inconscio, di identificare dei pattern di significato che leghino le varie clip in un qualche tipo di relazione o contrapposizione reciproca. Osservando rapiti l’enorme quantità di materiale che ci viene proposto a un ritmo frenetico senza soluzione di continuità, è facile cogliere come il lavoro di Maigret possa essere interpretato come una metafora del rapporto odierno tra l’utente e l’enorme massa di dati perennemente a sua disposizione online. La modalità di accesso alle informazioni online è sempre più schizofrenica, caratterizzata da una navigazione rapida ed estremamente frammentata. Si passa velocemente da un contenuto all’altro muovendosi tra le numerosissime schede del browser aperte in contemporanea, ognuna con contenuti tra i più vari; si mantengono più conversazioni in contemporanea su chat e social network discutendo con amici o con colleghi, facendo programmi per il week-end mentre si dialoga di importanti questioni di lavoro. Si passa dal consultare siti di gossip a leggere articoli su qualche curiosità scientifica o sull’ultima invenzione tecnologica mentre si sta cercando di completare un lavoro che andava finito da tempo. Esattamente nello stesso modo in cui The Pirate Cinema permette di dedicare pochi secondi di attenzione a una scena per passare immediatamente a quella successiva, dando vita ad un percorso completamente casuale, impossibile da ricostruire e che procede senza sosta.
Se quello prodotto dall’opera è un ritratto generativo che vuole essere imparziale rispetto al funzionamento di una tecnologia, è interessante constatare come il nostro atteggiamento in quanto esseri umani e le modalità di utilizzo di una tecnologia che mettiamo in atto siano progressivamente sempre più simili alle dinamiche di funzionamento tecnico di questi stessi strumenti. Un processo nel quale le due parti, uomo e macchina, si influenzano inevitabilmente a vicenda e in cui risulta impossibile e forse nemmeno troppo interessante tentare di individuare quale sia il modello che influenza l’altro; perseguendo questa strada infatti si rischierebbe solo di trovarsi a dover affrontare il paradosso irrisolvibile dell’uovo e della gallina. Resta però il fascino per un fenomeno che vede avvicinarsi e sempre più influenzarsi a vicenda due mondi che troppo spesso continuiamo a considerare come separati se non addirittura opposti.
Se risulta difficile evidenziare dei pattern logici e con una coerenza intrinseca che possano spiegare tutti i nostri spostamenti, frequentazioni, visite e letture online, non significa però che le nostre azioni non lascino alcuna traccia. Esattamente l’opposto. I nostri movimenti lasciano dietro di noi un segno che difficilmente siamo in grado o ci è possibile nascondere o eliminare. Il lavoro di Maigret risulta ancora una volta molto interessante anche sotto questa luce, in quanto mette in evidenza come sia possibile risalire a dati e informazioni relativi agli utenti attivi all’interno dei sistemi di sharing presi in considerazione. In aggiunta allo streaming video nell’opera sono presenti alcuni dati che potrebbero sfuggire o essere sottovalutati da un visione superficiale, affascinata e in parte distratta dal turbinio di immagini che si susseguono sullo schermo. La sequenza di cifre, codici alfanumerici e titoli che appaiono sovrapposti allo streaming non sono altro che una serie di informazioni estremamente precise relative ai file visualizzati, quali il nome del file e del torrent a esso associato, ma soprattutto indirizzo IP e provenienza geografica degli utenti che li stanno condividendo. [7] A questo punto The Pirate Cinema diventa a tutti gli effetti una performance collettiva che sviluppa un doppio grado di inconsapevolezza. Ad un primo livello sta la partecipazione inconsapevole all’opera da parte di quegli utenti di BitTorrent che finiscono nell’area di monitoraggio sviluppata dall’artista, mentre un ulteriore livello è aggiunto dall’inconsapevolezza dell’essere resi tracciabili non solo da BitTorrent ma di vedere la propria attività di sharing pubblicamente esposta da Maigret all’interno del suo lavoro. In un contesto sociale e politico iper-sorvegliato e iper-controllato come quello attuale, il lavoro di Maigret è una riflessione sulla vulnerabilità di determinati sistemi di cui facciamo un uso quotidiano e non sufficientemente consapevole.

 

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Si potrebbe dire che The Pirate Cinema abbia preso alla lettera lo slogan “the art happens here” di Simple Net Art Diagram diventando in questo senso a tutti gli effetti una vera e propria opera di Net Art. Un lavoro in cui l’artista cerca di offrirci un’istantanea che immortali la complessità del presente andando a individuare un tema e un luogo, quello delle attività quotidiane che ciascuno di noi realizza online, che diventa il punto di partenza per riflessioni di più ampio raggio. Il lavoro dell’artista non è in alcun caso risolutivo ma ha il pregio di portare in evidenza, direttamente o in metafora, problematiche e contraddizioni che riguardano tutti noi e il contesto sociale, politico ed economico nel quale viviamo. Come dire che per capire chi siamo non dobbiamo far altro che guardare alla lista di torrent che condividiamo, e allora non resta che mettersi in osservazione e cercare di percepire il nostro riflesso nello schermo.

 

Note

 

[1] Un concetto espresso in modo altrettanto chiaro da Olia Lialina nella prefazione al testo Digital Folklore: “net art (where “net” was more important than “art”” (O. Lialina, D. Espenschied, ed., Digital Folklore, Merz&Solitude, 2009).
[2] Link Cabinet è un progetto di Matteo Cremonesi per Link Art Center, una singola pagina web pensata per ospitare mostre personali in cui ogni artista presenta una singola opera realizzata secondo una logica site-specific. linkcabinet.eu
[3] Per un approfondimento riguardo questo meccanismo si veda l’intervista: Marie Lechner, “Nicolas Maigret: “Montrer le flux numérique ò l’échelle mondiale”, in Libération, 8 ottobre 2013. Disponibile online qui.
[4] Geoff Cox, “Real-time for Pirate Cinema”, Aksioma | Project Space, Ljubljana. 21 gennaio 2015. Un video della presentazione è disponibile online.
[5] Descrivendo questo aspetto del lavoro Cox fa riferimento alla teoria del montaggio di Eisenstein, e come la giustapposizione di scene e immagini disparate possa generare significato.
[6] In una intervista per Filmmaker Magazine, Maigret approfondisce il riferimento alla Copy Culture sostenendo che i network peer-to-peer abbiano avuto un ruolo importante anche come fonte di materiali cinematografici rari o difficilmente reperibili. In Randy Astle, “transmediale 2015: Nicolas Maigret, BitTorrent and The Pirate Cinema”, in Filmaker Magazine, gennaio 2015, online qui. Una tesi simile è sostenuta da Hito Steyerl nel saggio “In Defence of the Poor Image”: in Steyerl, H., The Wretched of the Screen, Sternberg Press, 2012.
[7] Per un approfondimento sull’aspetto geografico del progetto si veda: Régine Debatty, “The Pirate Cinema, A Cinematic Collage Generated by P2P Users”, in We Make Money Not Art, 18 maggio 2013, online qui.

 

Credits

 

Questo testo fa parte di Masters & Servers. Networked Cultures in the Post-Digital Age, un progetto collaborativo di Aksioma (SI), Drugo more (HR), Abandon Normal Devices (UK), Link Art Center (IT) e d-i-n-a / The Influencers (ES) supportato dal progetto Europa Creativa 2014 – 2020. Per 24 mesi dal settembre 2014, Masters & Servers indagherà la cultura di rete nell’era post-digitale.

 

 

Il progetto è finanziato con il sostegno della Commissione europea. L’autore è il solo responsabile di questa comunicazione e la Commissione declina ogni responsabilità sull’uso che potrà essere fatto delle informazioni in essa contenute.

 

 

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